Pino Daniele
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Il carcere napoletano di Poggioreale è uno dei più drammatici d’Italia. Forse il peggiore di tutti. I detenuti hanno passato anni e anni chiusi in cella fino a ventidue ore al giorno, trascorrendo la proverbiale ora d’aria in cortili stretti e sovraffollati, senza riscaldamento, con difficoltà a fare la doccia, senza spazi dove poter trascorrere tempo insieme, mangiando cibi freddi o malamente risaldati su fornelli adagiati nei bagni. Assistenza sanitaria scadente, poca igiene e troppe persone in ambienti fatiscenti facilitano il diffondersi di malattie spesso dimenticate nel mondo esterno. Ma quel giorno del settembre 1995 tutto questo non esisteva più. Tutto questo era dimenticato dai detenuti seduti sulle panche ad ascoltare. Tutto scompariva di fronte a lui che prendeva in mano la sua chitarra e cominciava a suonare. “Volevo stare un po' con voi, farvi conoscere più da vicino chi sono e perché scrivo canzoni”, dice. “Ho pensato che la musica, per qualche attimo, può aiutarci a scurda' 'e guaie. Allora ho detto: mo' ci vado. E vediamo che succede”. Erano circa duecento i detenuti lì riuniti. Quasi tutti giovanissimi. Urlavano, cantavano, erano insieme a lui. A lui che adesso non c’è più e che a Jailhouse Rock vogliamo ricordare così. In questa puntata di Jailhouse Rock ascoltiamo le testimonianze di Enzo D’Alò, grande regista di animazione, che in Opopomoz ha ospitato la sola colonna sonora che Pino Daniele abbia mai firmato per intero; di Antonio Bocola, regista di Fame chimica, ambientato a Milano ma pieno di Napoli e di Pino Daniele; del musicista napoletano Daniele Sepe, Ciao Pino.

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